Piccole storie di stregoneria nella Venezia del '500

Marisa MOLANI
Piccole storie di stregoneria nella Venezia del '500

1989, pp. 206

ISBN-88-85697-26-7, Prezzo/Unita' 12 €
Q.ta'

Marisa Milani insegna Letteratura delle tradizioni popolari all'Università di Padova. Si occupa attivamente anche della Letteratura del Rinascimento cui affianca da sempre le ricerche sulla cultura popolare con particolare attenzione ai documenti sui processi per stregoneria del Santo Uffizio di cui sono sconfinatamente ricchi gli archivi della Serenissima Repubblica Veneta.

Vista dagli uomini come perturbatrice dell'ordine sociale la strega fu, come è noto, soggetta a lungo a persecuzioni e la istituzione, intorno alla metà del 1500, dei tribunali speciali detti della Santa Inquisizione, segnò per circa due secoli un crescendo che portò al rogo in tutta l'Europa milioni di donne.

Da questa spaventosa tragedia, salve purtroppo alcune eccezioni come i roghi voluti dal cardinal Borromeo nel processo di Val Mesolcina (1583), gli stati italiani uscirono pressochè immuni.
A Venezia, in particolare, l'Autrice ci informa che, su 200 processi per sospetta stregoneria, vennero effettuati interrogatori sotto tortura soltanto tre volte e una sola volta venne minacciato il rogo a una imputata per altro contumace.
Si trattò quindi di processi di modesto rilievo storico da cui però emerge straordinariamente vivo tutto un mondo di povere donne dedite a complicate cerimonie da compiersi con i mezzi più stravaganti per guadagnare un po' di denaro vendendo ovviamente illusioni. Inoltre, attraverso questi documenti, è un continuo snodarsi di vicende a volte curiose, divertenti, impensate.
Per esempio a un giovane lavorante in una tintoria innamorato senza speranza della moglie del padrone, viene suggerito da una striga di offrire la sua anima al diavolo chiedendogli in cambio di persuadere la donna a concedergli i suoi favori. Per raggiungere lo scopo il povero tintore che sa scrivere dovrà, in una notte di luna, vergare su una pergamena con inchiostro fino la sua proposta al demonio. Brucerà poi la pergamena alla fiamma di una candela sul davanzale di una finestra, il fumo si spanderà nell'aria e la sua offerta giungerà a Satana.
Il giovane tintore esegue con diligenza la prima parte del suo compito, ma quando viene il momento di bruciare lo scritto è preso dalla paura dell'inferno, guarda la luna che ormai sta per tramontare e getta il patto infame nel buco del cesso attraverso cui la pergamena finisce nel canale.
All'alba un ortolano che passa remando con il suo sandalo carico di verdure, la vede, la trae dall'acqua e, incuriosito, la porta da un prete. Il nome della donna amata, il luogo nei cui pressi è stato ripescato il documento portano all'identificazione del suo autore e, come si può immaginare, succede un finimondo. Il tutto però si conclude con la condanna del giovane all'esilio per alcuni anni da Venezia.
Filtri d'amore, pupazzi di cera trafitti da lunghi spilloni, amuleti vari, pozioni benefiche o malefiche…. le strighe vendono le carte del buon volere e le formule magiche per gli usi più diversi, le herbere vendono i loro decotti, le stroleghe predicano l'avvenire, le strazarole, andando in giro dall'alba al tramonto per le calli, procurano loro i clienti. Ogni tanto l'Inquisitore fa mostra del suo potere rinchiudendo, per un breve periodo, queste trafficanti nella prison de le done.
Nei tre casi in cui il Santo Uffizio decise di usare per l'interrogatorio dell'imputata i tormenti, non possedendo una camera di tortura, fu costretto a chiedere ai Signori de la note al Criminal che gli prestassero la loro.
Ai piedi del ponte di Rialto era posta la berlina e alcune donne vi furono incatenate per 3 o 4 ore.
Sappiamo di 4 donne condannate all'esposizione per alcune ore su un palco eretto fra le colonne del Leone alato e di San Teodoro in Piazzetta San Marco con le mani legate e una mitra di carta in testa su cui era dipinto il demonio fra le fiamme dell'inferno.
Curioso il processo contro una serva del Priore dell'Ospedale della Misericordia rea di aver mangiato carne, per la precisione un tordo, di venerdì.
La donna non negò il fatto, ma addusse a sua giustificazione di sentirsi a volte sfinita e di mangiare la carne perché l'aiutava a superare il malore.
L'Inquisitore l'ascoltò attento e infine decise che va ben, se le cose stavano così che mangiasse pure i suoi tordi.
Queste le piccole storie di stregoneria veneziane.

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